DA “FASCISTI A MILANO” DI SAVERIO FERRARI, USCITO NEL 2011, UN RITRATTO DI LUCA LUCCI, TRA I CAPI DELLA CURVA ROSSONERA, OGGI ARRESTATO PER DROGA

Tra le figure principali dei Guerrieri, a far da spalla a Giancarlo Lombardi, comparve anche Luca Lucci, 26 anni, già destinatario alla fine del 2004 di un provvedimento di Daspo (Divieto di accesso ai luoghi ove si svolgono manifestazioni sportive) per la durata di tre anni. In quel frangente era «stato indagato da personale della Polizia ferroviaria di Roma […] in conseguenza delle azioni delittuose commesse […] in occasione della trasferta per l’incontro di calcio Palermo-Milan».
Luca Lucci si distinse tra le file de i Guerrieri anche allo stadio Olimpico di Torino il 12 aprile 2008, dove fu coinvolto in una rissa improvvisamente scoppiata verso la metà del primo tempo tra gli stessi tifosi milanisti.
Questa la descrizione data di lui nel rapporto della Digoscon il capo completamente rasato e indossante un giubbotto di colore verde, al termine degli eventi andava a posizionarsi in prima fila nella parte centrale del primo anello del settore destinato alla tifoseria milanista, proprio sopra lo striscione riportante le lettere, in colore rosso su sfondo nero, «GU», acronimo di «GUERRRIERI ULTRAS».
 
Con Giancarlo Lombardi, Luca Lucci ebbe anche la disavventura di venire fermato, a bordo della propria autovettura Renault Clio, dalla polizia stradale per un controllo sulla tangenziale est di Milano, il 1° luglio 2008. Il rapporto in questione riferì che gli agenti, dopo aver indicato al conducente «di accostare sulla corsia riservata alla sosta d’emergenza», nello spostamento dalla seconda corsia di marcia alla prima, «notavano fuoriuscire dal finestrino della portiera anteriore destra del veicolo in questione, un involucro di colore bianco», poi recuperato, «riscontrando al suo interno una modica quantità di sostanza ritenuta presumibilmente stupefacente del tipo cocaina»5. Nella perquisizione della macchina fu anche rinvenuto «nella tasca porta oggetti del sedile del conducente, un coltello a serramanico con lama di cm 11 ed impugnatura di cm 14».
Ma il Lucci fu soprattutto tirato in ballo da un pentito, Luigi Cicalese, detto Befana, killer della ’ndrangheta, che tra decine di crimini, confessò anche di aver assassinato il 30 ottobre 2006 a Redecesio di Segrate l’avvocatessa Maria Spinella, 31 anni, originaria di Messina, rea di aver difeso male in un processo per usura Antonio Ausilio, detto il Topo, un affiliato al clan di Giuseppe (Pepè) Onorato. In verità nel corso delle indagini erano emersi anche motivi sentimentali, sembrerebbe infatti che l’avvocatessa avesse avuto una relazione proprio con la moglie di Ausilio.
Cicalese, dopo aver freddato insieme ad Antonio Ausilio l’avvocatessa con otto colpi di mitraglietta Skorpion, sostenne di essere fuggito dal luogo del delitto con la Clio nera di Lucci. «Luca è un amico che gli diamo la cocaina, lo servivamo noi», disse in un verbale del 3 agosto 2007 davanti al pm6, aggiungendo comunque che Luca Lucci gli dette l’auto senza fare domande, ma anche senza «sapere proprio nulla» di quello che si andava preparando. Il contatto tra il gangster e l’ultrà rossonero fu Daniele Cataldo, rapinatore e narcotrafficante, amico d’infanzia di Lucci.
Giusto per non farsi mancare nulla, Luca Lucci fu anche condannato in primo grado, il 17 luglio 2009, dal Tribunale di Milano a quattro anni e sei mesi per aver sfondato a pugni l’occhio sinistro di Virgilio Motta di 46 anni, rendendolo orbo, nel corso della spedizione punitiva di una trentina di Guerrieri, il 15 febbraio precedente, nel corso del derby Inter-Milan.
Le cronache riportarono che qualche minuto prima della partita venne calato dal secondo anello blu uno striscione recante la scritta «Di San Siro sono il padrone incontrastato», ostruendo la visuale del match a molti spettatori interisti.
Qualcuno provò a spostarlo, altri ne strapparono via un pezzo. Da qui il raid di Guerrieri e Brigate Rossonere, che scesi all’anello inferiore, forzarono la porta 10, travolgendo gli steward (cinque contusi), per lanciarsi sul settore incriminato.
A farne le spese furono quelli della Banda Bagaj, un club estraneo ai rituali ultras, noto per i suoi comportamenti pacifici, per altro assai lontano dallo striscione calato dal secondo anello. Alle 20.36, una delle 109 telecamere disseminate dentro lo stadio registrò la scena in cui Lucci puntò diritto contro Motta colpendolo con un gancio devastante all’orbita, davanti alla figlia di sei anni. I feriti furono sei, uno riportò anche la frattura del setto nasale.
Dopo 48 ore furono arrestati in sette in flagranza differita per rissa aggravata: tre delle Brigate Rossonere e quattro dei Guerrieri, tra loro anche Francesco Lucci di 29 anni, fratello di Luca.
Nella sentenza emessa dal giudice Alberto Nosenzo, insieme a Lucci furono condannati il fratello Francesco a due anni e mezzo, Marco Pacini delle Brigate a due anni, Angelo Vittori (Guerrieri) e Marco Solari (Brigate) a un anno, Antonino Amato (Guerrieri) a sei mesi.
In solido furono tutti costretti al versamento di un risarcimento provvisionale in favore della vittima di 140mila euro.
Nei loro confronti anche il divieto a rimettere piede allo stadio: per cinque anni per Luca Lucci, Francesco Lucci e Marco Pacini, due per gli altri.
Nell’aula affollata di ultras, Virgilio Motta fu ripetutamente fatto oggetto di grida offensive: «Infame, bastardo,verme! Quei soldi ti serviranno tutti per le medicine, schifoso».
Lasciò l’aula da un’uscita secondaria, sotto scorta.
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