In treno per Auschwitz. di Simona Benedetti.

Anche Simona Benedetti, della Cgil e dirigente del Prc di Como, sul Treno per Auschwitz che il 23 marzo, dal Binario 21 della stazione Centrale di Milano, ha raggiunto i campi di sterminio di Auschwitz e Birkenau per manifestare la ferma intenzione di non dimenticare del mondo del lavoro, della scuola, della società antifascista e antirazzista. 
Si parte. In Treno per la Memoria, dal 23 al 27 marzo 2017. Destinazione Cracovia. Destinazione Auschwitz e Birkenau.
Al binario 21 della Stazione Centrale di Milano siamo in tanti, circa 700 persone di cui quasi 500 sono studenti, il resto lavoratori e pensionati.
Non conosco nessuno e sono un po’ in ansia.
Dal binario 21, tra il 1943 e il 1945, partivano migliaia di deportati, venivano caricati sui vagoni merce, diretti nei campi di concentramento e di sterminio.
Penso alle parole di Ines Figini, all’angoscia che può provocare un viaggio verso l’ignoto, a quello che immaginava potesse essere la destinazione: un lavoro, la possibilità di imparare il tedesco. Come poteva immaginare l’orrore che avrebbe vissuto?
La mia ansia scompare e cerco la delegazione comasca: Luca Vaccaro, funzionario della Cgil, Piero Leoni e Bruno, pensionati SPI di Lurate Caccivio e i maturandi delle classi ad indirizzo turistico dell’istituto Romagnosi di Erba. Mi  infilo nella foto di classe e sono pronta a partire.
Non viaggio con la delegazione comasca, viaggio nel vagone degli organizzatori, vicino al medico, agli storici, ai fotografi, a chi ha lavorato per realizzare, anche quest’anno, “In treno per Auschwitz” sono circondata dal meglio della Cgil Lombardia, da qualcuno della Uil e della Cisl.
Mi aspetto un viaggio interminabile, dopo qualche chilometro vado nel vagone della delegazione comasca a trovare i miei nuovi amici. Condividono il vagone con la delegazione di Lecce, un professore, un pensionato e alcuni studenti.
Nel compartimento i discorsi si fanno interessanti. Si parla di storia, politica e filosofia, ogni tanto fa capolino uno studente e comincio a capire il senso della “comunità in viaggio”.
Per tornare al mio compartimento passo dal vagone conferenze, c’è il laboratorio di musica.
Gli studenti e i conduttori propongono canzoni in tema descrivendo le sensazioni che sollevano: Bob Dylan, Guccini, Il Canto dei Deportati, Tredici Milioni. Qualcuno racconta la storia di Mordechai Gebirtig trucidato dai nazisti durante la liquidazione del Ghetto ed ascoltiamo la sua canzone yiddish Undzer Shtetl Brent (La nostra città brucia) cantata da Moni Ovada. E poi si riflette di come la musica possa diventare una forma di Resistenza in un posto come Auschwitz. Ci sono La Malaleche, un gruppo di Monza che scandisce il tempo cantando Memoria Viva e Siamo Migranti, due loro canzoni. E alla fine intonano la loro versione di Bella Ciao… e come sempre quando ci si trova tra compagne e compagni parte il coro col pugno alzato a sovrapporsi alla loro voce e ai loro strumenti.
Ci avviciniamo a Cracovia scompaiono campagne e boschi, caprioli e faggiani per far spazio a industrie e centri commerciali.
Scendiamo dal treno. Saliamo sul bus e facciamo un piccolo giro turistico, in attesa dell’ora di pranzo. Unica fermata in Piazza degli Eroi del Ghetto. La guida polacca racconta la storia del Ghetto, racconta di come lì vennero ammassate 15.000 persone e di come venne eseguita la “Liquidazione” tra il 13 e 14 marzo 1943:
  • 8000 ebrei vennero ritenuti abili al lavoro e condotti nel vicino campo di concentramento di Plaszòw, verso una morte lenta di fame, di botte, fucilati;
  • 2000, ritenuti non abili al lavoro, bambini, donne incinte, malati vennero uccisi nella piazza a fucilate, con colpi alla nuca e di botte;
  • Gli altri vennero mandati ad Auschwitz, anche loro incontro alla morte.
Nel 1983, nella piazza, vennero installate 68 sedie vuote a ricordare i 68.000 ebrei di Cracovia sterminati. Il 25% della popolazione di Cracovia prima del 1939 era costituita da ebrei. Nel periodo del Ghetto (1939-1943) ogni famiglia polacca non ebrea perse un componente, delle famiglie ebree rimase un solo componente.
E comincio a sentire nelle ossa lo strazio di quello che è stato…
Andiamo a mangiare, pomeriggio leggero, passeggiata per Cracovia. Piazze, chiese, chiostrini, carrozze da favola. Cracovia è una città stupenda. I suoi colori sono spettacolari, torri e mura di mattoni rossi, l’occhio segue i mattoni per scagliarsi contro il cielo che al tramonto crea sfumature stupende. Si prova come una sensazione di pace. Ci si sente  anche un poco romantici.
Andiamo nel quartiere ebraico, set di Schindler’s List dove ancora sorgono sette sinagoghe… ma purtroppo dopo le riprese del film è diventato un quartiere residenziale, comincia a cambiare aspetto e la sera diventa meta dei giovani di Cracovia.
Cena in albergo con l’intento di andare a letto presto perchè il giorno dopo ci aspetta la giornata più intensa nei campi di Auschwitz e Birkenau, ma vogliamo tornare nel quartiere ebraico per berci una birra polacca e assaggiare uno zapiekanki, una specie di bruschetta con formaggio e funghi.
Sveglia alle sei, alle nove dobbiamo essere ad Oświęcim (in tedesco Auschwitz).
Non so cosa mi spetta, sono un po’ nervosa perchè voglio fare tante foto, ho preparato la Nikon, una sd nuova, pulito gli obiettivi e ho anche il cellulare per le foto veloci. Ho ascoltato testimonianze, ho visto documentari, ho letto l’orrore di questo posto. Sì, sono preparata.
Ma non sono ancora entrata e già percepisco il silenzio che avvolge il campo. Si vedono i blocchi fatti di mattoni. Mattoni rossi. Gli stessi mattoni che ho visto a nel centro di Cracovia, ma che scatenano una sensazione opposta, di sgomento, la consapevolezza della solitudine e dell’impotenza che i deportati devono aver provato entrando.
Il museo di Auschwitz è terrificante le scatole vuote di zyklon, il veleno che utilizzavano per gasare le persone, le scarpe, gli occhiali, le spazzole, i pennelli da barba… e, in una sala dove non è possibile fotografare, quintali di capelli biondi, neri, bianchi, rossi ben pettinati, raccolti in trecce.
I capelli delle prigioniere che morivano nella camera a gas, prima che i loro corpi fossero cremati, venivano pettinati e quindi tagliati per venderli e convertirli in imbottiture per cuscini e tessuti.
Passiamo di blocco in blocco e comincio a sentire  una sensazione di lutto, una sensazione che ancora mi accompagna. Le ossa pietrificate, il gelo nel sangue…
Chi veniva deportato ad Auschwitz o non passava la selezione e finiva subito nelle camere a gas o sopravviveva al massimo due mesi.
I bambini non erano considerati forza lavoro per cui venivano subito convogliati verso le camere a gas. Si salvavano i gemelli che però venivano sottoposti a terribili esperimenti. Uscita da Auschwitz sono atterrita sgomenta.
Si pranza, nel ristorante siamo tutti un po’ scossi, anche gli studenti sembrano meno gogliardici. Beviamo birra e vodka ma siamo consapevoli che non cancelleranno le sensazioni che teniamo in petto.
Pomeriggio a Birkenau (Auschwitz II). Ecco le rotaie che entrano nel campo, il simbolo delle deportazioni. È qui che è stata deportata Ines, mi tornano in mente le sue parole, la ricorrenza dell’aggettivo “tremendo”. Ci ha raccontato che non ha sempre in mente Auschwitz ma quando lo racconta con voce tremante, sente ancora le stesse emozioni.
La selezione avveniva appena scesi dal treno. Vecchi, bambini, donne incinta e infermi venivano subito dirottati verso le camere a gas. Tutti coloro che potevano lavorare dirottati verso il campo dove vivevano ammassati in baracche, prefabbricati per costruire stalle adibite a cameroni e latrine, ammassati come animali in letti a castello sovraffollati.
In fondo al campo c’è quel che resta delle camere a gas e dei forni crematori. Ci sono alcune foto, scatti rubati accanto alle camere a gas, donne e bambini che si spogliano all’aperto, sotto gli alberi, una donna nuda corre verso la doccia, mi fermo ad osservare quella foto, la donna che corre, forse si vergogna, corre per non stare nuda sotto lo sguardo di tutti ma va a morire, ignara.
Poco più avanti c’è l’edificio nel quale, chi era selezionato per lavorare “entrava sporco e usciva pulito”. Entravano con un nome e una storia, con le valigie e i propri vestiti. Tutti diversi, tutte persone. Uscivano senza identità, tutti uguali, depredati di ogni cosa, un numero al posto di un nome. Completamente rasati e con le stesse giacche a righe verticali.
A Birkenau è prevista una cerimonia. Parlano gli studenti e suona il violino dello Shoah ristrutturato e riportato nel luogo dove veniva suonato da Eva Levy, dispersa in quell’orrore.
In silenzio lasciamo Birkenau.
Per la sera in programma c’è un concerto con La Malaleche, nonostante la stanchezze ci lasciamo trascinare dai ragazzi. I ragazzi si scatenano al suono di Memoria Viva e Bella Ciao. Ci scateniamo tutti anche se la giornata è stata pesante. È come se sentissimo il bisogno di staccare, reagire. Resistere.
Ultimo giorno di permanenza a Cracovia. Parlano gli studenti. Raccontano con immagini, balli e citazioni quello che per loro è Auschwitz. Ringrazio questi ragazzi sensibili e attenti. Forse ancora non si rendono conto di quello che gli lascerà questo viaggio.
Si torna in Italia, il treno ci aspetta. Il lungo viaggio di ritorno, ancora musica, ancora riflessioni.
La formula di questo viaggio, sulla falsa riga del viaggio intrapreso dai deportati, unendo categorie diverse di persone è azzeccatissima. Quasi involontariamente si mette in atto un confronto tra diverse generazioni che accresce tutti quanti.
È stato il viaggio più intenso della mia vita.
Qualcuno mi ha detto che un’esperienza del genere mi avrebbe cambiato.
Forse è presto, sono passati solo 10 giorni, ancora mi sento addosso il gelo. Ogni giorno osservo le foto e mi viene un groppo in gola, mi si spezza la voce raccontando alcuni particolari del campo di Auschwitz. Cercare di ripercorre, con questo scritto, il viaggio intrapreso non è stato facile perchè mi sento troppo coinvolta (o forse ancora sconvolta)….
L’orrore di quei posti non è successo, è stato organizzato dagli uomini nel minimo dettaglio. Luoghi creati all’unico scopo di fare del male, nelle forme più umilianti e dolorose. Come si è potuto arrivare a tanto?
Ancora oggi assistiamo a stermini di massa, nonostante tutto, nonostante la facilità con la quale si diffondono le informazioni.
A quanti altri genocidi dobbiamo assistere prima di comprendere che questa è la strada sbagliata?
L’art. 1 della Legge Scelba riconosce un partito fascista: «quando un’associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista.» vietandone la ricostituzione eppure c’è un elenco di partiti o associazioni che rientrano in queste casistiche (CasaPound, Forza Nuova, Lega Nord, Fratelli D’Italia ecc) ma vengono tollerati o peggio esaltati.
I social network sono campi fertili per il dilagarsi di associazioni neonaziste.
Qualche giorno fa ho segnalato un tale che si definisce “serial killer di immigrati” e facebook mi ha garbatamente risposto che se mi da fastidio posso bloccarlo ma che non viola gli standard della comunità!
Così come pagine tipo Avanguardia Nera, Noi che non molliamo mai, Fratellanza Nera che inneggiano a Mussolini e Hitler, anche loro non violano gli standard della comunità e hanno migliaia di like… ma come è possibile?
Mi dispiace ma #IoNonDimentico.
[Simona Bedetti per ecoinformazioni]
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